lunedì 14 novembre 2011

il mito del denaro

di Roberta Del Frate

I miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicati nel profondo della nostra anima, dice Scardovelli, psicoterapeuta, citando Galimberti, filosofo.
E quando i miti sono intrisi di potere e denaro, sono questi che si radicano nel profondo della nostra anima, sono questi che diventano INCONSCIO. L'economia è l'inconscio. Non dobbiamo stupirci se le banche ci governano. E' l'individuo che fa la società, sempre.

domenica 25 settembre 2011

Se proprio insisti


È ufficiale, meditare fa bene
di Paola Emilia Cicerone
l'Espresso on line (14 febbraio 2011)

Rafforza il sistema immunitario, previene le malattie, combatte la depressione e attiva il cervello. Non lo dice qualche guru New Age, ma una ricerca dell'università di San Francisco sui cromosomi.



Forse non ci salverà l'anima, ma promette di allungarci la vita e modificare i geni responsabili di molte malattie. La new age non c'entra. A essere sotto esame oggi sono i benefici molto terreni che si possono ottenere con l'antica pratica della meditazione. Lo dimostra, innanzitutto, uno studio realizzato dall'Università di San Francisco. Che mette d'accordo scienza e tradizione, visto che può contare sull'endorsement del Dalai Lama e di Elisabeth Blackburn, premio Nobel per la medicina nel 2009 per i suoi studi sui telomeri, i cappucci di materiale genetico posti in cima ai cromosomi la cui lunghezza è collegata all'invecchiamento.

Ed è proprio sui telomeri che agisce la meditazione: i ricercatori hanno ingaggiato un maestro e gli hanno chiesto di insegnare la pratica a dei volontari; il protocollo prevedeva due sessioni di gruppo e sei ore di meditazione individuale al giorno per tre mesi. Alla fine, coloro che avevano seguito le indicazioni del maestro avevano un livello di telomerasi (l'enzima che ricostruisce i telomeri quando questi si accorciano) del 30 per cento superiore a quello misurato in 30 volontari sani e simili per età, sesso e condizioni di salute.

Come ricordano gli autori su "Psychoneuroendocrinology", la misurazione della telomerasi è un indice certo e assai preciso, e lo studio mostra che l'antica pratica orientale rallenta di fatto il processo di invecchiamento. E lo fa agendo sul cervello dove induce reazioni capaci di aiutare a gestire lo stress e a capitalizzare le sensazioni di benessere. Tanto che alcuni ricercatori sostengono che la meditazione attivi una naturale tendenza del nostro organismo al rilassamento, insomma l'esatto opposto della classica reazione alla base del meccanismo dello stress, che, invece, accorcia la vita.

Una ulteriore conferma arriva da uno studio realizzato in collaborazione dal Massachusetts General Hospital e dal centro di genomica del Beth Israel Deaconess Medical Center, che mostra come la meditazione modifichi l'attività di geni collegati con l'infiammazione, la morte cellulare e il controllo dei radicali liberi responsabili di molti danni al Dna. E quindi, ancora una volta a rallentare l'invecchiamento, e a farlo con una rapidità insospettabile per una pratica così "soft": due mesi di pratica bastano a modificare circa 1.500 geni. "Abbiamo visto che agire sull'attività della mente può alterare il modo in cui il nostro organismo attiva istruzioni genetiche fondamentali", spiega Herbert Benson, uno dei responsabili della ricerca.

domenica 17 luglio 2011

Swing for the fences

Perché Mourinho non perde mai in casa
(titolo originale: Swing for the fences)

di David Runciman 
(Internazionale 906 | 15 luglio 2011 - da London Review of Books)



[un po' fuori tema, ma interessante come esperimento della tendenza umana a convincersi delle cose senza opporre la minima resistenza - prima di darmi ragione, sembra dire Runciman, chiedetevi se ho ragione - ndr, Come mai]


Fino a poco tempo fa, uno dei record più incredibili dello sport apparteneva a
un allenatore di calcio, l'amato e odiato portoghese José Mourinho. Prima che
il Real Madrid venisse sconfitto per 1-0 dallo Sporting Gijón, il 2 aprile
scorso, Mourinho non perdeva in casa una partita di campionato da più di nove
anni con una sua squadra. La serie è durata per 150 partite e ha attraversato
quattro campionati diversi (oltre al Real Madrid, Mourinho ha allenato il
Porto, il Chelsea e l'Inter). È vero che Porto, Chelsea, Inter e Real Madrid
sono club ricchi e potenti e raramente perdono in casa, ma nove anni sono
comunque un'eternità. Anche ammettendo che le squadre ospiti avessero in media
non più del dieci per cento di possibilità di battere le squadre di Mourinho
(per alcune, come il Gijón, le possibilità erano persino meno; per altre
avversarie, come lo Sporting Lisbona, il Milan, il Manchester United o il
Barcellona, erano molte di più), la probabilità di rimanere imbattuti per 150
partite è più o meno una su sette milioni.

Come ha fatto? È difficile rispondere a questa domanda perché, in realtà, gli
enigmi da sciogliere sono due. Il primo riguarda Mourinho. È
straordinariamente bravo, straordinariamente fortunato, o un po' dell'uno e
dell'altro? Possiede una formula segreta oppure il suo segreto è che non ha
segreti, ma solo la faccia tosta di far credere che sa il fatto suo? Il
secondo enigma, invece, non ha niente a che vedere con Mourinho, e riguarda il
cosiddetto fattore campo. Perché è tanto diicile battere una squadra nel suo
stadio? Perché ogni squadra, per quanto imbattibile in casa, perde una parte
della sua invincibilità quando gioca in trasferta? Il Chelsea, che durante i
tre anni e mezzo di Mourinho non ha mai perso in casa, fuori casa è stato
sconfitto dieci volte.

sabato 16 luglio 2011

Ma quale pace

Massimo Fini, Il Fatto Quotidiano, 17 luglio 2011


Con Roberto Marchini i caduti italiani in Afghanistan sono
saliti a 40. Cifra che impressiona ma che, in dieci anni di
guerra, non è particolarmente rilevante. I danesi, con un
contingente che è un quarto del nostro, ne hanno avuti
altrettanti. Gli inglesi 364 su 9500 (stime ad aprile) cioè,
proporzionalmente, il quintuplo degli italiani. È la logica e oserei
dire anche l'etica, della guerra dove lo speciale diritto di uccidere
ha come contraltare la possibilità di essere, altrettanto
legittimamente, uccisi. Per questo danno fastidio le consuete e
ipocrite geremiadi istituzionali quando un soldato italiano muore
in Afghanistan come se si trattasse di qualcosa di inaccettabile, di
inesplicabile. Le Tv zoommano sul dolore dei genitori, delle
mogli, dei fratelli, dei figli. Ma anche i Talebani e gli insorti hanno
genitori, mogli, fratelli e figli e ne sono morti più di 30 mila. Poi ci
sono circa 60 mila vittime civili afgane provocate in gran parte
dai bombardamenti della Nato (almeno fino al 2009, secondo un
rapporto Onu) o indirettamente dalla reazione degli insorti. Per
l'Occidente è come se gli afghani non fossero propriamente degli
esseri umani come noi, come se i loro bambini fossero diversi dai
nostri bambini. L'altra retorica che non sopporto è quella dei
'bravi ragazzi', vogliosi solo di portare pace. Può darsi. Ma non so
se fosse proprio un 'bravo ragazzo' il tenente colonnello Cristiano
Congiu, protagonista e poi vittima di un incidente avvenuto il 4
giugno nella valle del Panshir dove si era recato con un'amica
americana. Su uno stretto sentiero passava un carretto trainato
da un asinello e condotto da un ragazzo, Mohtuadin. Dietro
seguivano a piedi quattro o cinque uomini, tutti disarmati, cosa
rara in Afghanistan. Erano contadini che si recavano al lavoro. Il
carretto ha urtato inavvertitamente la donna facendola
ruzzolare a terra. Ne è nato un diverbio. Congiu ha estratto la
pistola e ha sparato ferendo gravemente il ragazzo all'addome
(gli verrà asportato un rene all'ospedale di Anabah). Gli altri
sono fuggiti verso il loro villaggio, ma sono tornati poco dopo,
armati, e hanno freddato il Congiu con un colpo alla testa. I
nostri giornali hanno titolato: "Militare italiano ucciso da
criminali comuni". È questa arroganza, è questo disprezzo per la
vita altrui che ha minato la fiducia degli afghani. Noi italiani,
credendo alla nostra retorica, pensiamo di essere benvoluti dalla
popolazione. Il 26 settembre del 2006 tre Puma che stavano
transitando per il villaggio di Chahar furono colpiti da un ordigno
nascosto in un canale di scolo. Uno dei Puma cappotta facendo
schizzar fuori gli occupanti. Il Caporal Maggiore Giorgio
Langella muore sul colpo, gli altri si dibattono a terra,
sanguinanti. Dalle case del villaggio escono decine di persone. La
folla canta, balla, urla di gioia, fa oggetto di scherno i feriti. Una
scena orribile. Che dice però che gli italiani sono odiati
esattamente come tutti gli altri invasori, solo un gradino sotto gli
americani che sono i più odiati di tutti. Ogni
volta che cade un soldato italiano in
Afghanistan i ministri Frattini e La Russa si
affrettano a ripetere, come un disco rotto,
che "la missione continua" e il presidente
Napolitano che "non possiamo venir meno
ai nostri impegni internazionali". A quali
impegni? Sono dieci anni che la Nato è lì. Gli
olandesi se ne sono andati nell'agosto del
2010, i canadesi, i francesi e i polacchi se la
fileranno entro la fine del 2012. Gli stessi
americani stanno trattando col Mullah
Omar improvvisamente elevato al rango di
'talebano buono'. E noi restiamo lì, come
allocchi, ad ammazzare e a farci ammazzare
senza un vero perché. Ed è questo – e non il
numero – che rende atroce la morte dei
nostri soldati.

venerdì 17 giugno 2011

La democrazia, quella falsità

Hermann Bellinghausen, La Jornada 24/02/2011 (traduzione su Carta 03/03/2011)



In ogni tipo di Paese, di prima o terza classe non fa differenza, in questi giorni si estende la certezza, a scala esplosiva, del fatto che da troppo tempo viviamo con un concetto falso, ipocrita e ingannevole concetto di democrazia [e del suo delizioso cognome: occidentale]. Da nessuna parte, è noto, comanda il popolo, nemmeno nelle nazioni civilizzate, dal Wisconsin a Milano. E non è più solo nelle strade della Grecia o dell’Egitto che si cuociono fave [espressione idiomatica che sta, più o meno, per «tutto il mondo è paese», ndt].


Troppo tempo. Troppo abuso. I grandi consorzi mondiali, che sono certamente pilastri e garanti della «democrazia» nel mondo libero, non vacillano nello spianare le foreste dell’Ecuador. Le imprese maggiori, transnazionali, transcontinentali, sostengono i governi perfino

mercoledì 8 giugno 2011

Se l’Africa ha il mal d’Europa

Lavorare non è un bene per il pianeta!

Philippe Godard, traduzione di Luisa Cortesi - rivista anarchica anno 41 n.361 aprile 2011



N
el 1992, il Vertice della terra svoltosi a Rio de Janeiro aveva tentato di seppellire l’ecologia come movimento politico, facendo credere che i vari tipi di inquinamento – all’epoca tema centrale in campo ecologico, che spaziava dall’inquinamento industriale e agricolo fino all’inquinamento nucleare – sarebbero stati riassorbiti, perché gli Stati si impegnavano a occuparsene. Alcuni ci hanno creduto, a cominciare da numerosi ecologisti che, di conseguenza, hanno abbandonato qualsiasi critica al sistema produttivo e si sono allineati alle visioni capitaliste del progresso, della crescita “verde”, dell’industria pulita e dell’agricoltura razionale. Quindici anni dopo, nel 2007, il Gruppo internazionale di esperti sul clima e Al Gore (!) hanno ricevuto il premio Nobel per la Pace; da quel momento l’ecologia è diventata di nuovo molto di moda…
Eppure non è successo granché in tutti questi anni

lunedì 6 giugno 2011

Decrescete e demoltiplicatevi

Maurizio Pallante, Carta 28/05, 19 agosto 2005



I soldi sono la cosa più importante della vita?
Beh, veramente è più importante la salute. Se non stai bene, come puoi goderteli? E la salute non si compra. Anche l'amore è importante e non si compra. Però, se ci sono la salute e l'amore, più soldi si hanno, meglio è.
Più soldi si hanno, meglio è solo se non sai fare niente di quello che ti serve per vivere e devi comprare tutto. Ma se autoproduci almeno una parte dei beni di cui hai bisogno, non devi comprare tutto e i soldi non sono tutto.
Più si autoproduce e meno hanno importanza.

Nel 1971 Silvano aveva trentacinque anni e già ne aveva passati in fabbrica più di venti. Da ragazzo aveva fatto i corsi di formazione professionale serali dai salesiani ed era diventato manutentore. Non era tra gli ultimi come quando era arrivato dal paese in città. Viveva con sua moglie in un palazzone di periferia, due camere e cucina con le finestre affacciate sopra uno stradone di scorrimento

storia di un paradigma

 Luca Evan Giustini, Orbita Libera

Giochino del giorno: cosa hanno in comune Silvio Berlusconi e Pierluigi Bersani?
Ovviamente a prescindere dalla loro natura di esseri umani.
Aiutino: la cosa che li accomuna è la stessa cosa che accomuna destra e sinistra.
Qualcuno potrebbe storcere il naso dopo questa affermazione, ma non c’è nessun affronto a nessuno qui.
La risposta al giochino è: l’ideologia di fondo, o meglio il paradigma nel quale sono nati.
E con loro tutti noi.
Chiaro?
Forse non a tutti.
Probabile che una precisazione sul concetto di paradigma possa essere utile.

Detto in modo semplice un paradigma è un pensiero che si pone come basilare, cioé come modello di riferimento, e che quindi determina il campo entro il quale si procede con la ricerca e la riflessione, che possono essere estese a diversi ambiti.

domenica 5 giugno 2011

l'illusione egotista

Graham Lawton, New Scientist, Gran Bretagna
Trad. by Internazionale 


Dall’abilità al volante all’aspetto 
fisico, e all’intelligenza: la 
maggior parte delle persone 
pensa di essere migliore della 
media. Ma è solo un’illusione 
che ci aiuta a vivere meglio.


Come guidate? Se siete nella media, probabilmente pensate di guidare piuttosto bene. Uno studio ha rivelato che il 74 per cento degli automobilisti è convinto di essere più bravo della media. E chi ha avuto un incidente è un po’ più sicuro delle proprie capacità di chi non ne ha avuti. Ovviamente tutto questo non rilette la realtà. A meno che non ci sia un manipolo di guidatori davvero pessimi, non possono essere tutti più bravi della media.

Quando si chiede alle persone di giudicare i loro pregi – competenza, intelligenza, onestà, originalità, affidabilità e molti altri – quasi tutte si collocano sopra la media. E con i difetti succede la stessa cosa: la maggior parte pensa di averne meno della media. Quest’illusione egotistica è stata chiamata “effetto del superiore alla media”. E la maggioranza è convinta di essere meno propensa della media ad avere un’alta opinione di sé.

Mens sana




Ginnastica mentale

Michael Bond, New Scientist, Gran Bretagna

trad. by Internazionale



  • 2 maggio 2011
  •  
  • 19.00

Gli scienziati cercano le prove degli effetti salutari della meditazione. Le ultime scoperte sono incoraggianti: aumenta la concentrazione, riduce il dolore, rafforza i legami emotivi.
Molti considerano la meditazione un modo esotico di sognare a occhi aperti o un facile rimedio allo stress. Dovrebbero provarla. È piuttosto difficile, almeno all’inizio: al mio primo tentativo, invece di concentrarmi sul respiro e di lasciar andare tutto quello che sorge nella mente, come diceva il mio sorridente maestro tibetano, sono stato distratto da una serie di pensieri angoscianti e poi mi sono addormentato. A quanto pare, ai principianti succede spesso.
I meditanti esperti, però, assicurano che vale la pena di insistere. “Con l’esercizio possiamo trasformare la nostra mente, superare le emozioni negative e far svanire le sofferenze”, spiega il monaco buddista Matthieu Ricard. “Le tecniche di meditazione buddista sviluppate nel corso dei secoli possono essere usate da chiunque. Servono solo entusiasmo e perseveranza”. Sembra tutto molto allettante, ma cosa dice la scienza al proposito?

venerdì 3 giugno 2011

La7 e le sue ragioni

Giorgio Meletti,
Il Fatto, 05-06-1111
Telecom conferma la vendita della tv mentre insegue le star di Saxa Rubra. De Benedetti: “Nessun interesse”

Carlo De Benedetti fa sapere che i contatti per l’acquisto del pacchetto di maggioranza di La7 sono frutto della fantasia del numero uno di Telecom Italia Media,  Giovanni Stella. Il quale, richiamato al rispetto di alcune leggi vigenti dal suo capo, Franco Bernabè, ha a sua volta precisato che la trattativa con il gruppo L’Espresso è “solo una delle tante ipotesi menzionate nel quadro del processo di valorizzazione della società al vaglio del management che, fra l’altro, non ha definito un orizzonte temporale relativo a eventuali operazioni straordinarie”.

Nel gergo valido per la Consob, arbitro dei mercati finanziari che sanziona non solo le azioni ma anche le parole improvvide,  “valorizzazione” significa vendita. In pratica la precisazione si limita a ritirare, rispetto alle dichiarazioni rilasciate ieri al Fatto, la data di fine 2011 per il completamento dell’operazione: una data troppo esatta e vincolante.

giovedì 2 giugno 2011

In media veritas?

Noam Chomsky, "I cortili dello Zio Sam"(estratto)

 

Sia che si definiscano "liberal" oppure "conservatori", i principali media sono grandi aziende, possedute da (e strettamente legate a) società ancor più grandi. Come altre imprese, vendono un prodotto a un mercato.
Il mercato è quello della pubblicità, cioè di un altro giro d'affari. Il prodotto è l'audíence. I media più importanti, quelli che stabiliscono le priorità a cui gli altri devono adattarsi, vantano un prodotto in più: quello di un pubblico relativamente privilegiato.

Abbiamo quindi delle grandi imprese che vendono un pubblico piuttosto benestante e privilegiato ad altre imprese. Non stupisce che l'immagine del mondo che esse presentano rifletta gli interessi ed i valori ristretti dei venditori, degli acquirenti e del prodotto.