venerdì 17 giugno 2011

La democrazia, quella falsità

Hermann Bellinghausen, La Jornada 24/02/2011 (traduzione su Carta 03/03/2011)



In ogni tipo di Paese, di prima o terza classe non fa differenza, in questi giorni si estende la certezza, a scala esplosiva, del fatto che da troppo tempo viviamo con un concetto falso, ipocrita e ingannevole concetto di democrazia [e del suo delizioso cognome: occidentale]. Da nessuna parte, è noto, comanda il popolo, nemmeno nelle nazioni civilizzate, dal Wisconsin a Milano. E non è più solo nelle strade della Grecia o dell’Egitto che si cuociono fave [espressione idiomatica che sta, più o meno, per «tutto il mondo è paese», ndt].


Troppo tempo. Troppo abuso. I grandi consorzi mondiali, che sono certamente pilastri e garanti della «democrazia» nel mondo libero, non vacillano nello spianare le foreste dell’Ecuador. Le imprese maggiori, transnazionali, transcontinentali, sostengono i governi perfino
a Washington e a Parigi. Imprese petrolifere, minerarie, farmaceutiche, finanziarie, di armi e di alte tecnologie, alimentari, energetiche, di intrattenimento. Comandano a Wall Streeet, a Shangai, a Dubay e nella City. Decidono cosa è democratico e cosa, o chi, no. Per loro sono solite lavorare le polizie, i giudici, gli eserciti.

Il capitalismo delle corporation, vero governo mondiale, è ciò che di più antidemocratico c’è al mondo. I suoi sofisticati e atroci meccanismi di controllo tengono a bada milioni di impiegati in tutto il mondo, che devono obbedire come zombies, senza scherzare. Non valgono più neanche le leggi che legittimavano i diritti dei lavoratori e dei contadini a organizzarsi: lo sciopero, la sicurezza sociale. È il caso del Messico. Perfino nei livelli medi delle grandi corporation, tutti sono incatenati alla noria di una o due famiglie che si trasmettono il trono aureo di padre in figlio.

Sono loro che difendono la democrazia, e la finanziano. Non solo sfruttano milioni di dipendenti diretti, sub-impiegati o schiavi lungo la catena corporativa che tende i suoi tentacoli sulla totalità del pianeta. Spogliano anche quelli che non sono loro dipendenti [è il caso degli indigeni in America Latina]. Dominano l’industria demolitrice, predatoria, che in fin dei conti insegue solo i lingotti d’oro. E visto che risultano remunerative, anche le attività di conservazione, i servizi ambientali o il debito da carbonio. Adesso sono «verdi» anche Shell, Ford, Lockhead, Monsanto e altri vandali universali.

Queste cupole impongono o depongono presidenti, a cominciare dagli Stati uniti. In Messico, il governo nazionale lavora per loro almeno dal 1988, con Salinas de Gortari. E oggi più che mai, quando Felipe Calderón completa la consegna del Paese alle maggiori imprese transnazionali, cioè ad alcune famiglie residenti in Spagna, Canada o Cina. Sia direttamente con il Board of Directors, sia con il perdono di Washington. Né Zedillo né Fox hanno tentato nulla di diverso; per qualche buona ragione si sono accomodati bene nell’ingranaggio superiore della mostruosa macchina dell’antidemocrazia che è il capitalismo metanazionale delle corporation.

Noam Chomsky e Ralph Nader hanno paragonato brillantemente le corporation attuali con le organizzazioni naziste. Il capitalismo «avanzato» tiene in fiamme Iraq e Afghanistan per promuovere la «democrazia», cioè i loro affari. Tutti, perfino i governi «nemici», appartengono al sistema finanziario internazionale. E quando cadono gli vengono congelati i conti e ritirati i visti. È accaduto con i tiranni amici della Tunisia e dell’Egitto, ma anche della Libia. La stessa cosa potrebbe accadere, con una disattenzione, per gli alleati «democratici» tipo Colombia, Honduras o Messico.

La democrazia è un circo cattivo. In Francia governa un saltimbanco, in Italia un buffone (però magnate), in Russia un supermacho. Gli Stati Uniti sono passati dai ladri di bestiame sfacciati dell’era Bush al burattino ciarliero e confuso di oggi. Sono le imprese a garantire la democrazia, la disciplinano. Che dire della giustizia ipocrita della Svezia, disposta ad obbedire alla sete di vendetta di Washington con Julian Assange?

I padroni sono parecchi, gli stessi di sempre. Le dinastie del capitale. Nessuno parla più seriamente di re e di sangue blu. Sono i magnati, le loro fusioni, i testamenti e le opinioni a definire le scale di potere del mondo attuale. Nel tavolo degli affari di queste imprese, descritte con tanta precisione da Joseph Conrad in Cuore di tenebra cento anni fa, siamo tutti eliminabili, mirabili, collaterali.

Se non gliene frega niente della gente, che gliene può importare della Terra stessa al pugno di dittatori della democrazia occidentale? Se sono loro quelli che definiscono e sanzionano, con crediti e trattati, «democrazie» come quella messicana, quella dell’Honduras e quella colombiana. Legittimano queste «democrazie» per venire incontro ai loro interessi, la corruzione è alla radice. Se non si cambia dal basso, non si risolverà nulla. Non resta che reinventare la democrazia in un altro mondo possibile in cui le imprese obbediscano, il locale non cancelli il globale, la gente decida e la vita sia più importante degli affari.

Hermann Bellinghausen è uno scrittore e giornalista messicano. Antico collaboratore di Carta e storico corrispondente dal Chiapas per il quotidiano La Jornada, da cui è tratto questo articolo del 24 febbraio 2011.

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