Perché Mourinho non perde mai in casa
(titolo originale: Swing for the fences)
di David Runciman
(Internazionale 906 | 15 luglio 2011 - da London Review of Books)
[un po' fuori tema, ma interessante come esperimento della tendenza umana a convincersi delle cose senza opporre la minima resistenza - prima di darmi ragione, sembra dire Runciman, chiedetevi se ho ragione - ndr, Come mai]
Fino a poco tempo fa, uno dei record più incredibili dello sport apparteneva a
un allenatore di calcio, l'amato e odiato portoghese José Mourinho. Prima che
il Real Madrid venisse sconfitto per 1-0 dallo Sporting Gijón, il 2 aprile
scorso, Mourinho non perdeva in casa una partita di campionato da più di nove
anni con una sua squadra. La serie è durata per 150 partite e ha attraversato
quattro campionati diversi (oltre al Real Madrid, Mourinho ha allenato il
Porto, il Chelsea e l'Inter). È vero che Porto, Chelsea, Inter e Real Madrid
sono club ricchi e potenti e raramente perdono in casa, ma nove anni sono
comunque un'eternità. Anche ammettendo che le squadre ospiti avessero in media
non più del dieci per cento di possibilità di battere le squadre di Mourinho
(per alcune, come il Gijón, le possibilità erano persino meno; per altre
avversarie, come lo Sporting Lisbona, il Milan, il Manchester United o il
Barcellona, erano molte di più), la probabilità di rimanere imbattuti per 150
partite è più o meno una su sette milioni.
Come ha fatto? È difficile rispondere a questa domanda perché, in realtà, gli
enigmi da sciogliere sono due. Il primo riguarda Mourinho. È
straordinariamente bravo, straordinariamente fortunato, o un po' dell'uno e
dell'altro? Possiede una formula segreta oppure il suo segreto è che non ha
segreti, ma solo la faccia tosta di far credere che sa il fatto suo? Il
secondo enigma, invece, non ha niente a che vedere con Mourinho, e riguarda il
cosiddetto fattore campo. Perché è tanto diicile battere una squadra nel suo
stadio? Perché ogni squadra, per quanto imbattibile in casa, perde una parte
della sua invincibilità quando gioca in trasferta? Il Chelsea, che durante i
tre anni e mezzo di Mourinho non ha mai perso in casa, fuori casa è stato
sconfitto dieci volte.
domenica 17 luglio 2011
sabato 16 luglio 2011
Ma quale pace
Massimo Fini, Il Fatto Quotidiano, 17 luglio 2011
Con Roberto Marchini i caduti italiani in Afghanistan sono
saliti a 40. Cifra che impressiona ma che, in dieci anni di
guerra, non è particolarmente rilevante. I danesi, con un
contingente che è un quarto del nostro, ne hanno avuti
altrettanti. Gli inglesi 364 su 9500 (stime ad aprile) cioè,
proporzionalmente, il quintuplo degli italiani. È la logica e oserei
dire anche l'etica, della guerra dove lo speciale diritto di uccidere
ha come contraltare la possibilità di essere, altrettanto
legittimamente, uccisi. Per questo danno fastidio le consuete e
ipocrite geremiadi istituzionali quando un soldato italiano muore
in Afghanistan come se si trattasse di qualcosa di inaccettabile, di
inesplicabile. Le Tv zoommano sul dolore dei genitori, delle
mogli, dei fratelli, dei figli. Ma anche i Talebani e gli insorti hanno
genitori, mogli, fratelli e figli e ne sono morti più di 30 mila. Poi ci
sono circa 60 mila vittime civili afgane provocate in gran parte
dai bombardamenti della Nato (almeno fino al 2009, secondo un
rapporto Onu) o indirettamente dalla reazione degli insorti. Per
l'Occidente è come se gli afghani non fossero propriamente degli
esseri umani come noi, come se i loro bambini fossero diversi dai
nostri bambini. L'altra retorica che non sopporto è quella dei
'bravi ragazzi', vogliosi solo di portare pace. Può darsi. Ma non so
se fosse proprio un 'bravo ragazzo' il tenente colonnello Cristiano
Congiu, protagonista e poi vittima di un incidente avvenuto il 4
giugno nella valle del Panshir dove si era recato con un'amica
americana. Su uno stretto sentiero passava un carretto trainato
da un asinello e condotto da un ragazzo, Mohtuadin. Dietro
seguivano a piedi quattro o cinque uomini, tutti disarmati, cosa
rara in Afghanistan. Erano contadini che si recavano al lavoro. Il
carretto ha urtato inavvertitamente la donna facendola
ruzzolare a terra. Ne è nato un diverbio. Congiu ha estratto la
pistola e ha sparato ferendo gravemente il ragazzo all'addome
(gli verrà asportato un rene all'ospedale di Anabah). Gli altri
sono fuggiti verso il loro villaggio, ma sono tornati poco dopo,
armati, e hanno freddato il Congiu con un colpo alla testa. I
nostri giornali hanno titolato: "Militare italiano ucciso da
criminali comuni". È questa arroganza, è questo disprezzo per la
vita altrui che ha minato la fiducia degli afghani. Noi italiani,
credendo alla nostra retorica, pensiamo di essere benvoluti dalla
popolazione. Il 26 settembre del 2006 tre Puma che stavano
transitando per il villaggio di Chahar furono colpiti da un ordigno
nascosto in un canale di scolo. Uno dei Puma cappotta facendo
schizzar fuori gli occupanti. Il Caporal Maggiore Giorgio
Langella muore sul colpo, gli altri si dibattono a terra,
sanguinanti. Dalle case del villaggio escono decine di persone. La
folla canta, balla, urla di gioia, fa oggetto di scherno i feriti. Una
scena orribile. Che dice però che gli italiani sono odiati
esattamente come tutti gli altri invasori, solo un gradino sotto gli
americani che sono i più odiati di tutti. Ogni
volta che cade un soldato italiano in
Afghanistan i ministri Frattini e La Russa si
affrettano a ripetere, come un disco rotto,
che "la missione continua" e il presidente
Napolitano che "non possiamo venir meno
ai nostri impegni internazionali". A quali
impegni? Sono dieci anni che la Nato è lì. Gli
olandesi se ne sono andati nell'agosto del
2010, i canadesi, i francesi e i polacchi se la
fileranno entro la fine del 2012. Gli stessi
americani stanno trattando col Mullah
Omar improvvisamente elevato al rango di
'talebano buono'. E noi restiamo lì, come
allocchi, ad ammazzare e a farci ammazzare
senza un vero perché. Ed è questo – e non il
numero – che rende atroce la morte dei
nostri soldati.
Con Roberto Marchini i caduti italiani in Afghanistan sono
saliti a 40. Cifra che impressiona ma che, in dieci anni di
guerra, non è particolarmente rilevante. I danesi, con un
contingente che è un quarto del nostro, ne hanno avuti
altrettanti. Gli inglesi 364 su 9500 (stime ad aprile) cioè,
proporzionalmente, il quintuplo degli italiani. È la logica e oserei
dire anche l'etica, della guerra dove lo speciale diritto di uccidere
ha come contraltare la possibilità di essere, altrettanto
legittimamente, uccisi. Per questo danno fastidio le consuete e
ipocrite geremiadi istituzionali quando un soldato italiano muore
in Afghanistan come se si trattasse di qualcosa di inaccettabile, di
inesplicabile. Le Tv zoommano sul dolore dei genitori, delle
mogli, dei fratelli, dei figli. Ma anche i Talebani e gli insorti hanno
genitori, mogli, fratelli e figli e ne sono morti più di 30 mila. Poi ci
sono circa 60 mila vittime civili afgane provocate in gran parte
dai bombardamenti della Nato (almeno fino al 2009, secondo un
rapporto Onu) o indirettamente dalla reazione degli insorti. Per
l'Occidente è come se gli afghani non fossero propriamente degli
esseri umani come noi, come se i loro bambini fossero diversi dai
nostri bambini. L'altra retorica che non sopporto è quella dei
'bravi ragazzi', vogliosi solo di portare pace. Può darsi. Ma non so
se fosse proprio un 'bravo ragazzo' il tenente colonnello Cristiano
Congiu, protagonista e poi vittima di un incidente avvenuto il 4
giugno nella valle del Panshir dove si era recato con un'amica
americana. Su uno stretto sentiero passava un carretto trainato
da un asinello e condotto da un ragazzo, Mohtuadin. Dietro
seguivano a piedi quattro o cinque uomini, tutti disarmati, cosa
rara in Afghanistan. Erano contadini che si recavano al lavoro. Il
carretto ha urtato inavvertitamente la donna facendola
ruzzolare a terra. Ne è nato un diverbio. Congiu ha estratto la
pistola e ha sparato ferendo gravemente il ragazzo all'addome
(gli verrà asportato un rene all'ospedale di Anabah). Gli altri
sono fuggiti verso il loro villaggio, ma sono tornati poco dopo,
armati, e hanno freddato il Congiu con un colpo alla testa. I
nostri giornali hanno titolato: "Militare italiano ucciso da
criminali comuni". È questa arroganza, è questo disprezzo per la
vita altrui che ha minato la fiducia degli afghani. Noi italiani,
credendo alla nostra retorica, pensiamo di essere benvoluti dalla
popolazione. Il 26 settembre del 2006 tre Puma che stavano
transitando per il villaggio di Chahar furono colpiti da un ordigno
nascosto in un canale di scolo. Uno dei Puma cappotta facendo
schizzar fuori gli occupanti. Il Caporal Maggiore Giorgio
Langella muore sul colpo, gli altri si dibattono a terra,
sanguinanti. Dalle case del villaggio escono decine di persone. La
folla canta, balla, urla di gioia, fa oggetto di scherno i feriti. Una
scena orribile. Che dice però che gli italiani sono odiati
esattamente come tutti gli altri invasori, solo un gradino sotto gli
americani che sono i più odiati di tutti. Ogni
volta che cade un soldato italiano in
Afghanistan i ministri Frattini e La Russa si
affrettano a ripetere, come un disco rotto,
che "la missione continua" e il presidente
Napolitano che "non possiamo venir meno
ai nostri impegni internazionali". A quali
impegni? Sono dieci anni che la Nato è lì. Gli
olandesi se ne sono andati nell'agosto del
2010, i canadesi, i francesi e i polacchi se la
fileranno entro la fine del 2012. Gli stessi
americani stanno trattando col Mullah
Omar improvvisamente elevato al rango di
'talebano buono'. E noi restiamo lì, come
allocchi, ad ammazzare e a farci ammazzare
senza un vero perché. Ed è questo – e non il
numero – che rende atroce la morte dei
nostri soldati.
Etichette:
afghanistan,
caduti,
guerra,
Massimo Fini,
vittime
Iscriviti a:
Post (Atom)