domenica 17 luglio 2011

Swing for the fences

Perché Mourinho non perde mai in casa
(titolo originale: Swing for the fences)

di David Runciman 
(Internazionale 906 | 15 luglio 2011 - da London Review of Books)



[un po' fuori tema, ma interessante come esperimento della tendenza umana a convincersi delle cose senza opporre la minima resistenza - prima di darmi ragione, sembra dire Runciman, chiedetevi se ho ragione - ndr, Come mai]


Fino a poco tempo fa, uno dei record più incredibili dello sport apparteneva a
un allenatore di calcio, l'amato e odiato portoghese José Mourinho. Prima che
il Real Madrid venisse sconfitto per 1-0 dallo Sporting Gijón, il 2 aprile
scorso, Mourinho non perdeva in casa una partita di campionato da più di nove
anni con una sua squadra. La serie è durata per 150 partite e ha attraversato
quattro campionati diversi (oltre al Real Madrid, Mourinho ha allenato il
Porto, il Chelsea e l'Inter). È vero che Porto, Chelsea, Inter e Real Madrid
sono club ricchi e potenti e raramente perdono in casa, ma nove anni sono
comunque un'eternità. Anche ammettendo che le squadre ospiti avessero in media
non più del dieci per cento di possibilità di battere le squadre di Mourinho
(per alcune, come il Gijón, le possibilità erano persino meno; per altre
avversarie, come lo Sporting Lisbona, il Milan, il Manchester United o il
Barcellona, erano molte di più), la probabilità di rimanere imbattuti per 150
partite è più o meno una su sette milioni.

Come ha fatto? È difficile rispondere a questa domanda perché, in realtà, gli
enigmi da sciogliere sono due. Il primo riguarda Mourinho. È
straordinariamente bravo, straordinariamente fortunato, o un po' dell'uno e
dell'altro? Possiede una formula segreta oppure il suo segreto è che non ha
segreti, ma solo la faccia tosta di far credere che sa il fatto suo? Il
secondo enigma, invece, non ha niente a che vedere con Mourinho, e riguarda il
cosiddetto fattore campo. Perché è tanto diicile battere una squadra nel suo
stadio? Perché ogni squadra, per quanto imbattibile in casa, perde una parte
della sua invincibilità quando gioca in trasferta? Il Chelsea, che durante i
tre anni e mezzo di Mourinho non ha mai perso in casa, fuori casa è stato
sconfitto dieci volte.


Il fenomeno non riguarda solo i grandi club. Prendiamo un qualsiasi
campionato di calcio europeo in cui tutte le squadre si affrontano due volte
durante la stagione, una volta in casa e una in trasferta. Sommiamo il numero
totale delle vittorie in casa e confrontiamolo con quello delle vittorie in
trasferta. Nella migliore delle ipotesi, il rapporto sarà di 60 a 40 a favore
delle squadre di casa (spesso è più alto: nella Premier league inglese il
fattore campo incide per circa il 63 per cento, nella Liga spagnola per il 65
e nella serie A italiana per il 67 per cento). Il fattore campo ha un peso in
quasi tutti gli sport maggiori, anche se le proporzioni variano. I tifosi ci
sono talmente abituati che danno per scontato che la loro squadra abbia più
possibilità di vincere se gioca sul suo campo. E pensano anche di sapere il
motivo: perché il pubblico di casa incita i giocatori. In realtà non ci sono
prove che sia così. Nonostante le numerose ricerche sul tema pubblicate dalle
più importanti riviste di scienza dello sport, non c'è una spiegazione
conclusiva su che cosa faccia giocare meglio le squadre di casa. È questo il
vero enigma del fattore campo: tutti sanno che esiste ma nessuno sa perché.

Tobias Moskowitz e Jon Wertheim hanno provato a fare luce sul mistero. Il
loro Scorecasting è un libro di un genere sempre più difuso: un'inchiesta tipo
Freakonomics su alcuni fenomeni quotidiani che diamo per scontati ma che non
sappiamo spiegare. Gli autori hanno il profilo giusto: Moskowitz è un
economista che s'interessa di sport, Wertheim è un giornalista sportivo che
s'interessa di numeri, e sono amici di lunga data. Anche il metodo è
consolidato: si parla di qualcosa che la gente pensa di conoscere ma che in
realtà non capisce, si buttano giù un po' di numeri, si estrapolano le
variabili, si aggiunge qualche battuta di spirito per mantenere vivo
l'interesse del lettore e voilà, ecco la verità, per quanto possa sembrare
improbabile. Lo sport è sempre stato terreno fertile per questo tipo di
approccio, perché i numeri da analizzare sono tanti e altrettanti sono i
pregiudizi. Ma con l'eccezione del baseball, dove da anni imperversa una
sottocategoria di statistici impegnati a sfatare i miti, i libri di economia
applicata allo sport sono sempre stati molto deludenti. Forse lo sport rende
tutto troppo facile: ci sono talmente tante statistiche da analizzare, e
talmente tante sciocchezze spacciate per verità, che viene la tentazione di
saltare a piè pari tutte le analisi e arrivare direttamente al punto.
Scorecasting non ha questo difetto. È di gran lunga il libro più appassionante
mai pubblicato nel suo genere, scritto in modo chiaro, frutto di ricerche
accurate e pieno di sorprese. La sorpresa più grande di tutte è il fattore
campo.

Cosa c'è all'origine del fattore campo? Per prima cosa, Moskowitz e Wertheim
escludono le spiegazioni convenzionali, a cominciare dal sostegno dei tifosi
di casa. Come si fa a isolare l'effetto del pubblico sulla prestazione di una
squadra? Gli autori mettono a confronto come i giocatori in casa e in
trasferta affrontano situazioni di gioco identiche, al netto della presenza o
dell'assenza di un pubblico ostile. Facciamo l'esempio della pallacanestro:
quando un giocatore subisce un fallo gli vengono assegnati due tiri liberi a 4,
5 metri dal canestro. Nessuno può interferire, a parte i tifosi di casa, che
fanno quello che vogliono per distrarre l'avversario. Se avete visto una
partita della Nba saprete che spesso i tifosi fanno rumore o agitano dei
palloncini dietro il canestro. Risultato? Niente. Le statistiche dimostrano
che i giocatori ospiti, nonostante i fischi, battono i tiri liberi altrettanto
bene di quelli che giocano in casa. Lo stesso vale per i calci da fermo nel
football americano e per le partite decise ai rigori nel calcio. La squadra di
casa non ha più possibilità di vincere ai rigori rispetto alla squadra in
trasferta. Spesso i tifosi di casa credono di poter spingere la palla in fondo
alla rete con i loro cori o di mandarla fuori con i fischi. Farebbero meglio a
risparmiare il fiato.

Se non dipende dai tifosi, allora forse dipende dai viaggi. Molto spesso le
squadre in trasferta devono percorrere lunghe distanze (specialmente negli
Stati Uniti), dormire in letti scomodi e affrontare il disagio di stare
lontano da casa. Questa tesi è più facile da confutare. In tutti gli sport, il
fattore campo vale anche per le sfide stracittadine, in cui non ci sono vere
trasferte da affrontare. Gli stadi dell'Everton e del Liverpool sono a un
chilometro di distanza l'uno dall'altro, ma l'Everton ha molte più possibilità
di battere il Liverpool quando non si gioca ad Anfield. I dati storici lo
confermano. Inoltre le condizioni di viaggio per gli atleti famosi sono
immensamente migliorate con il passare del tempo: mentre un tempo i campioni
avevano le stesse difficoltà di chiunque, oggi sono serviti e riveriti. Le
loro prestazioni lontano da casa, però, non sono migliorate affatto. Spiegano
Moskowitz e Wertheim: "Il fattore campo è una costante quasi inquietante nel
tempo". Per quanti sforzi si facciano per evitare ai giocatori tutti i piccoli
inconvenienti del viaggiare, al momento di scendere in campo il risultato è
sempre lo stesso.

E se dipendesse da una maggiore familiarità con l'ambiente? Ogni terreno di
gioco è leggermente diverso dall'altro, perciò magari le squadre sfruttano a
loro vantaggio la conoscenza del campo amico. Anche i campi di calcio variano:
possono essere più o meno larghi, stretti, esposti al vento, coperti, gibbosi
o regolari. Le diferenze sono evidenti soprattutto nel baseball, dove alcune
squadre giocano in stadi più adatti ai battitori e altre in stadi più adatti
ai lanciatori (è questione di dimensioni, forma e condizioni atmosferiche).
Eppure, anche nel baseball, secondo Moskowitz e Wertheim questo aspetto non fa
alcuna diferenza. Il rapporto tra le percentuali di battuta delle squadre di
casa e le squadre ospiti è sempre lo stesso, a prescindere che si giochi in
stadi più adatti ai battitori o ai lanciatori. Il fattore campo sembra
sfuggire a qualsiasi controllo.

Non dipende dal pubblico, non dipende dai viaggi, non dipende dagli stadi,
non dipende dai giocatori e nemmeno dagli allenatori. Cosa rimane? Be', ci
sono sempre gli arbitri. Ecco i colpevoli: secondo Moskowitz e Wertheim il
fattore campo dipende quasi completamente dai direttori di gara. I giocatori
non si fanno condizionare dai fischi dei tifosi, ma gli arbitri sì. A pensarci
è logico: se il nostro comportamento fosse sotto l'occhio vigile di decine di
migliaia di persone isteriche, cercheremmo di compiacerle, almeno
inconsciamente. I giocatori ospiti non hanno nulla da guadagnare dai tifosi di
casa: se giocano bene vengono insultati, se giocano male vengono presi in
giro. Gli arbitri, invece, possono assecondare il pubblico e sfruttare la
situazione a loro vantaggio. Le squadre in trasferta non hanno modo di
alleviare la tensione che deriva dal giocare in un ambiente ostile. Gli
arbitri invece sì.

Moskowitz e Wertheim portano diverse prove a sostegno di questa tesi. Nel
calcio, gli arbitri concedono quasi sempre più minuti di recupero quando la
squadra di casa sta perdendo e meno quando sta vincendo (in media, quattro
minuti nel primo caso e due minuti nel secondo, quanto basta per fare la
differenza in molte partite). Le squadre di casa hanno molti meno espulsi e
molti più calci di punizione a favore. Questo, magari, dipende semplicemente
dal fatto che la squadra di casa gioca meglio e che gli avversari devono
ricorrere alle maniere forti. Ma secondo gli autori è il pubblico che fa la
diferenza. Nella Bundesliga tedesca, per esempio, dove molte squadre giocano
in stadi con la pista di atletica, che allontana molto la folla dall'azione,
gli interventi arbitrali a favore della squadra di casa si riducono della
metà. In Inghilterra, in Spagna e in Italia, il numero degli spettatori ha un
effetto evidente sul numero dei cartellini rossi mostrati agli ospiti.
Maggiore è l'affluenza, più è probabile che la squadra in trasferta finisca la
partita con qualche giocatore espulso.

Ma la prova più evidente del condizionamento arbitrale viene dagli sport che
hanno introdotto la tecnologia per verificare le decisioni dei direttori di
gara. Nel baseball c'è un sistema chiamato QuesTec che permette di stabilire
se un lancio è stato effettuato o meno all'interno della zona di strike. Gli
autori hanno analizzato una serie di dati e hanno scoperto che quando un
lancio è chiaro, l'arbitro non favorisce la squadra di casa. Quando invece il
lancio è dubbio, la decisione è quasi sempre a vantaggio della squadra di
casa. Questo dimostra due cose. La prima è che, se ne hanno la possibilità,
gli arbitri preferiscono assecondare il pubblico che gli soffia sul collo (in
molti stadi, quasi letteralmente). La seconda è che ne sono consapevoli, e
limitano le decisioni a favore di chi gioca in casa alle situazioni non
completamente ovvie (negli stadi in cui c'è il QuesTec, infatti, gli arbitri
cominciano ad adeguarsi perché si rendono conto che un eventuale
sbilanciamento a favore della squadra di casa sarebbe sotto gli occhi di
tutti). Le partite equilibrate sono per definizione quelle il cui risultato
può essere determinato da un paio di decisioni chiave. E a quanto pare, sono
proprio quelle in cui gli arbitri fanno di tutto per aiutare la squadra di
casa. Tanto basta a Wertheim e Moskowitz per indicarli come i responsabili
quasi esclusivi del fattore campo.

È una splendida teoria: semplice, elegante e in sintonia con quello che un
po' tutti pensiamo della natura umana (e che molti tifosi hanno sempre
sospettato ma non hanno mai potuto dimostrare a proposito degli arbitri). C'è
solo un problema: non è vera. Non dubito che il condizionamento arbitrale sia
in qualche modo collegato al fattore campo, ma l'idea che ne sia l'elemento
cruciale e determinante è assurda. Riflettiamoci un attimo. La prima volta che
qualcuno vi dirà che è tutta colpa degli arbitri, probabilmente penserete "lo
sapevo!", com'è successo a me. Già la seconda volta ne sarete meno convinti.
Prendiamo una partita di calcio. Certo, a volte sembra che l'arbitro voglia
dare ai padroni di casa il beneicio del dubbio e, se gli serve, un tempo di
recupero eterno. Ma perché la squadra di casa sembra sempre avere più
possibilità di segnare nei minuti finali? Forse perché sono loro e non gli
altri ad attaccare. Pensateci bene. Non è soltanto perché l'arbitro glielo
permette, ma perché c'è qualcosa che li fa giocare meglio. Ci credono.

A questo punto i freakonomisti mi diranno che è la mia tesi a essere assurda.
Se ci affidiamo ai numeri è proprio perché non possiamo fidarci degli occhi.
Pensiamo di sapere cosa sta succedendo perché siamo influenzati da una serie
di condizionamenti cognitivi che ci portano a giudicare male le singole
situazioni. Questi studi hanno l'obiettivo di fare piazza pulita di quello che
crediamo sia la realtà, costringendoci ad accettare il fatto che siamo
accecati dai pregiudizi. Ma Moskowitz e Wertheim hanno escluso tutte le
alternative plausibili? In efetti no. Hanno usato i numeri per far sembrare
che fosse così, ma in realtà hanno solo espresso la loro idea. Questo è il
problema: i freakonomisti rappresentano male i numeri.

Facciamo un passo indietro. Secondo Moskowitz e Wertheim, il comportamento
dei giocatori alla linea dei tiri liberi o sul dischetto del rigore dimostra
che il pubblico non influenza il rendimento della squadra di casa. Ma in
realtà dimostra un'altra cosa: dimostra che il pubblico non influenza i
singoli. E se il fattore campo fosse un fenomeno di squadra? Molti elementi
che non sono presi in considerazione dagli autori fanno pensare che sia
proprio così. I tennisti britannici non hanno mai tratto grandi vantaggi dal
fatto di giocare a Wimbledon, nonostante la presenza di migliaia di persone
che speravano di veder chiamate fuori le palle buone e viceversa. I lemmatici
giudici di linea inglesi sono più impermeabili alle pressioni dei loro
colleghi del calcio? Forse, ma questo non vale solo per gli inglesi. Un
francese non vince il Roland Garros dal 1983, un australiano non vince gli
Open d'Australia dal 1976. Dov'è il fattore campo? Una spiegazione potrebbe
essere che giocare in casa fa la differenza solo quando si fa parte di una
squadra. Il fattore campo potrebbe essere un'esperienza collettiva, dunque
senza alcuna influenza sui singoli (compresi quei singoli che si presentano
alla linea dei tiri liberi in una partita di basket o sul dischetto del rigore
in una partita di calcio). Per qualche motivo, giocare tra le mura amiche
potrebbe alimentare un senso di solidarietà o quello che una volta si chiamava
spirito di squadra, spingendo i giocatori ad avere più fiducia l'uno
nell'altro e a funzionare meglio come collettivo. Non sto dicendo che sia
sicuramente così. Ma Moskowitz e Wertheim non dimostrano il contrario.

Il dato fondamentale che i due autori non prendono seriamente in
considerazione è la diversa incidenza del fattore campo nel baseball e nel
calcio. Nel baseball la percentuale di vantaggio delle squadre di casa è la
più bassa di tutti gli sport maggiori: il 54 per cento circa nelle major
league americane. È una differenza enorme rispetto al 63-67 per cento dei
grandi campionati di calcio europei. Come si spiega? La loro risposta è che
nel calcio le decisioni dell'arbitro pesano di più, ma non portano alcuna
statistica a sostegno di questa tesi. Anzi, interpretano il dato alla
rovescia: poiché sostengono la teoria che il condizionamento arbitrale è alla
base del fattore campo, e poiché il fattore campo incide molto di più nel
calcio, ergo gli arbitri devono avere una maggiore influenza sui risultati.
Dov'è ora il condizionamento cognitivo?

Quello che stupisce di Scorecasting è che alcuni numeri sarebbero in grado di
dimostrare le tesi di Moskowitz e Wertheim, ma i due non li citano mai.
Prendiamo il caso della Germania: se la presenza della pista di atletica
riduce della metà le decisioni "casalinghe", allora dovrebbe anche ridurre
della metà l'incidenza del fattore campo per le squadre che giocano in quegli
stadi. È cosi? Loro non lo dicono, e io ne dubito. Allo stesso modo, dovrebbe
essere possibile analizzare dei numeri per capire fino a che punto gli errori
degli arbitri influenzano i risultati delle partite di calcio. I due nemmeno
ci provano (ci dicono solo che quando un giocatore viene espulso, la sua
squadra ha più probabilità di perdere. Ma pensa!). Faccio un tentativo, anche
se sto tirando a indovinare. Diciamo che gli errori degli arbitri nel calcio
favoriscono le squadre di casa in un rapporto di 60 a 40 (più o meno pari
all'incidenza del fattore campo). Diciamo anche che gli errori arbitrali
decidono circa il 20 per cento di tutte le partite di calcio. In questo caso,
il vantaggio per le squadre di casa sarebbe soltanto del 4 per cento. Per
arrivare al 20 per cento ogni errore arbitrale dovrebbe favorire la squadra di
casa, oppure ogni partita di calcio dovrebbe essere decisa da un errore
dell'arbitro. È assurdo. Sono anche portato a pensare che il 2 per cento di
incidenza in più in Spagna e il 4 per cento in Italia siano dovuti a una
maggiore suggestionabilità degli arbitri (resta da vedere, però, se a
condizionarli sia il pubblico o qualcosa di più inquietante). Ma da qualunque
parte si guardi la cosa, il condizionamento arbitrale non sembra poter
spiegare per intero il fattore campo.

Ecco allora una spiegazione alternativa: nel baseball il fattore campo incide
di meno perché il baseball somiglia meno a un gioco di squadra. È
sostanzialmente una serie di duelli individuali tra battitori e lanciatori. È
più simile al tennis che al calcio. Giocare in casa conta di più negli sport
che prevedono dei passaggi, dove i giocatori devono fare affidamento l'uno
sull'altro. Il baseball è anche un gioco molto disarticolato (di nuovo, come
il tennis), che consiste in una serie di giocate separate. Gli sport di
squadra dove l'azione scorre in modo fluido sono quelli in cui giocare in casa
conta di più. Perché? Non lo so. Ma Moskowitz e Wertheim non ne parlano.

Non sono in grado di dimostrare la mia teoria, ma posso difenderla.
Corrisponde a quello che vediamo in tutti gli sport: i giocatori in trasferta
non credono in se stessi come quelli che giocano in casa. Questo è vero
specialmente alla fine di una partita incerta tra due squadre equilibrate:
sono quasi sempre i padroni di casa che attaccano per cercare la vittoria.
Secondo Moskowitz e Wertheim è l'arbitro che glielo permette: quella che
pensiamo sia una qualità dei giocatori, in realtà è una qualità che gli
attribuiamo noi, erroneamente, a causa dell'indulgenza degli arbitri. Ma non è
una spiegazione del tutto convincente: non solo non coincide con quello che
vediamo con i nostri occhi (la squadra di casa attacca anche nei momenti in
cui l'arbitro non ha alcuna influenza sulla partita), ma è in contraddizione
con un'altra tesi sostenuta in Scorecasting.

Oltre a evidenziare i vantaggi concessi alla squadra di casa, infatti, gli
autori spiegano che gli arbitri preferiscono evitare decisioni plateali,
soprattutto alla fine delle partite. Si tratta di un fenomeno difuso, che vale
per il calcio e per tutti gli altri sport. Come spiegano Moskowitz e Wertheim
dopo aver analizzato quindici anni di dati della Premier League, della Liga e
della serie A, "falli, fuorigioco e calci di punizione diminuiscono in maniera
significativa man mano che una partita incerta si avvicina alla fine". È il
cosiddetto condizionamento da omissione, e ne soffriamo un po' tutti:
preferiamo lasciar correre invece di provare a fare il nostro dovere
rischiando di prenderci la colpa. Se un arbitro interviene alla fine di una
partita, sembra che voglia deciderne il risultato. E la gente si arrabbia.

Moskowitz e Wertheim descrivono un esempio tipico di quello che succede
quando un direttore di gara prova a superare il condizionamento da omissione.
Durante l'Open degli Stati Uniti del 2009, una coraggiosa (e temeraria)
giudice di linea chiamò un fallo di piede a Serena Williams nel momento clou
della semiinale contro Kim Clijsters. Il replay dimostrava chiaramente che la
decisione era giusta. Il pubblico però andò su tutte le furie. È raro che i
giudici di linea chiamino un fallo di piede, perché non vogliono dare
nell'occhio. Perché questa signora s'intrometteva in un momento cruciale della
partita condizionando il risultato? Faceva solo il suo lavoro? Ma no, voleva
fare la protagonista. Dopo il fallo, Serena Williams si girò verso la giudice
e le gridò in faccia: "Prega di non esserti sbagliata, c.a.z.z.o! Tu non mi
conosci! Se potessi, prenderei questa c.a.z.z.o di palla e te la ficcherei in
quella gola di m.e.r.d.a!". Per la sua reazione la Williams fu penalizzata di un
punto, che le costò la partita. Il pubblico era furioso. John McEnroe, che
commentava il torneo in televisione, era d'accordo : "Non puoi permetterti di
chiamare un fallo di piede. Non in quel momento del match". A quanto pare, il
fatto che la giudice di linea avesse ragione non contava nulla.

Come spiegano gli autori, molti arbitri hanno introiettato questa lezione.
Non vogliono intromettersi nei momenti decisivi, perché la gente potrebbe
dire: è stato l'arbitro! E preferiscono non intervenire in tutte quelle
situazioni in cui una loro decisione potrebbe sembrare plateale. Questo
insegnamento si estende a molti aspetti della vita. Prendiamo un colloquio di
lavoro. Se un candidato sa di essere molto qualificato, di solito cerca di
andare sul sicuro e di non sbilanciarsi. Ma se è davvero molto qualificato, è
difficile che gli mostrino il cartellino rosso dopo un solo colloquio. Tanto
vale fare un po' di spettacolo.

Negli sport di squadra, anche i giocatori e gli allenatori sono vittime del
condizionamento da omissione: non vogliono commettere errori stupidi o fare
mosse tattiche avventate che li possano far considerare i responsabili della
sconitta. Strettamente legata al condizionamento da omissione è l'avversione
alla perdita, un tratto molto comune della psicologia umana. Le persone
preferiscono evitare una potenziale perdita piuttosto che ottenere un
potenziale guadagno, anche quando la posta è la stessa: se chiediamo a una
persona se preferisce vincere un dollaro a testa o croce, oppure giocarsi a
testa o croce la restituzione di un dollaro appena ricevuto in regalo, quasi
sempre sceglierà la prima soluzione. Per lo stesso meccanismo, di solito gli
allenatori preferiscono evitare di contribuire a una sconfitta piuttosto che
giocarsi la possibilità di contribuire a una vittoria, e non si sbilanciano.
In tutti gli sport gli allenatori tendono a preferire le mosse tattiche che
danno loro maggiori probabilità di conservare quello che hanno (a partire dal
posto di lavoro). Gli allenatori più bravi, però, sanno riconoscere questa
debolezza negli avversari e la sfruttano a loro vantaggio. Il fatto che
l'avversione alla perdita sia così diffusa dà un vantaggio agli allenatori che
non se ne lasciano condizionare.

E questo ci riporta a Mourinho. La spiegazione più plausibile per il suo
incredibile record casalingo è che non ha paura di rischiare. Mourinho viene
generalmente considerato un conservatore, ma in realtà è un allenatore molto
spericolato, anche se poco spettacolare. Non ha paura di fare cose sgradevoli
che attirano l'attenzione su di sé; anzi, sembra che gli piaccia. Negli ultimi
tempi Mourinho è stato ricoperto di critiche perché il Real Madrid, da lui
allenato, ha perso contro il Barcellona in semifinale di Champions league
giocando in modo incredibilmente difensivo. È stato uno spettacolo orrendo. Ma
ci ha insegnato due cose su Mourinho: la prima è che non ha paura di perdere,
anche quando è chiaro che la responsabilità della sconfitta ricadrà su di lui;
la seconda è che pensava di aver trovato il modo di battere il Barcellona. E
forse aveva ragione: nonostante la sconfitta, nessuno ha fatto meglio di lui
contro i catalani (l'anno scorso, quando era all'Inter, li ha anche eliminati
dalla Champions league). È impossibile restare imbattuto per 150 partite senza
correre rischi. Alla fine, gli allenatori che cercano di non perdere escono
dal campo sconfitti.

Uno dei tanti aspetti sgradevoli dello stile delle squadre di Mourinho è che
non hanno paura di intimidire gli arbitri. Sicuramente Mourinho ha capito da
tempo che si tratta di un aspetto importante del fattore campo. Ma non è
l'unica cosa che ha capito. Le sue squadre sono così difficili da battere per
motivi che vanno oltre le tesi riduttive di Moskowitz e Wertheim. Il fattore
campo è un fenomeno molto più complicato e misterioso. Dipende da una serie di
elementi che di fatto è impossibile quantificare. Forse persino il fatto di
vestirsi benissimo fa parte del gioco: forse, la sua eleganza infonde fiducia
nei giocatori e li induce a pensare che il loro capo è veramente il capo, e
che sta a loro difendere il suo territorio. Comunque, Mourinho certamente sa
che il concetto del fattore campo non può ridursi al condizionamento
arbitrale: sarebbe un classico caso di pensiero conservatore e di avversione
al rischio, che come sappiamo non porta mai nulla di buono. Mourinho ha capito
qualcosa che ai freakonomisti è sfuggito: non sempre ci si può fidare dei
numeri. 

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